Lettere alla redazione: quando in famiglia comanda il ricatto emotivo

SEP 1, 202618 MIN

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TESTO DELL'ARTICOLO ➜ https://www.bastabugie.it/8648 LETTERE ALLA REDAZIONE: QUANDO IN FAMIGLIA COMANDA IL RICATTO EMOTIVO di Don Stefano Bimbi   Gentile Redazione, sono una mamma e vi scrivo perché in famiglia ci troviamo da tempo in una situazione che sta diventando sempre più pesante e vorrei capire come interpretarla e soprattutto come comportarci. Abbiamo una figlia, Giulia, ormai abbastanza grande da comprendere le conseguenze dei propri comportamenti. È una ragazza a cui vogliamo molto bene e che ha anche tante qualità, ma da diversi anni abbiamo notato che, quando desidera qualcosa e noi non siamo d'accordo, difficilmente riesce ad accettare un no. Non si limita a manifestare il proprio dispiacere o a cercare di convincerci. Spesso comincia una discussione che può andare avanti molto a lungo, torna continuamente sull'argomento, si arrabbia, alza i toni, ci accusa di non capirla o di non volerle bene. Altre volte smette di parlarci, diventa fredda e ostile per giorni, risponde male o crea in casa un clima talmente pesante che alla fine tutti siamo esasperati. Può capitare, per esempio, che chieda di uscire, partecipare a qualcosa, modificare un programma familiare o ottenere una determinata concessione. Se diciamo di no, comincia una vera battaglia. Ci spiega cento volte perché secondo lei abbiamo torto, poi passa alle accuse: «Non vi importa di me», «con gli altri siete diversi», «volete soltanto farmi stare male», «tanto non mi capite mai». In qualche occasione ha anche detto frasi del tipo: «Allora non vi parlo più» oppure «ricordatevi come mi avete trattata». Il problema è che spesso, dopo ore o giorni di tensione, qualcuno di noi finisce per cedere. A volte cedo io perché non sopporto più di vedere tutta la famiglia in questo stato; altre volte è mio marito a dire: «Diamole quello che vuole, almeno finisce questa storia». Può succedere anche che uno di noi cerchi di mantenere il limite mentre l'altro, vedendola stare male o arrabbiarsi sempre di più, intervenga per venirle incontro. Quando finalmente ottiene ciò che voleva, quasi improvvisamente torna serena, affettuosa e disponibile e in famiglia sembra tornare la pace. Ma alla richiesta successiva ricomincia tutto da capo. Ci siamo resi conto che ormai molte nostre decisioni vengono prese pensando prima di tutto a come reagirà Giulia. A volte rinunciamo perfino a dirle un no che riteniamo giusto perché sappiamo già che cosa ci aspetta dopo. Anche gli altri familiari cercano di non contrariarla, perché nessuno ha voglia di affrontare giorni di tensione. La cosa che mi preoccupa maggiormente è proprio questa: mi sembra che, senza rendercene conto, abbiamo cominciato tutti a vivere cercando di evitare le sue reazioni. E nello stesso tempo ho paura che ogni volta che cediamo le stiamo insegnando che, insistendo abbastanza, alla fine può ottenere ciò che vuole. Non vorrei però essere ingiusta con lei. Non so quanto faccia tutto questo consapevolmente e non credo che sia una ragazza cattiva. Probabilmente soffre davvero quando le diciamo di no e forse in quei momenti si sente realmente non capita. Proprio per questo faccio fatica a capire dove finisca una normale reazione emotiva e dove invece inizi qualcosa di sbagliato nel suo modo di rapportarsi a noi. Mi domando quindi: si può parlare in una situazione del genere di ricatto affettivo o emotivo? Oppure è un'espressione troppo forte? E soprattutto, come possiamo interrompere questo meccanismo senza diventare freddi o duri con nostra figlia? Dobbiamo cercare di evitare le situazioni che provocano queste crisi oppure, al contrario, imparare a sopportare la sua rabbia senza cambiare decisione? Come dobbiamo reagire quando smette di parlarci, ci accusa di non volerle bene o continua una discussione fino allo sfinimento? E come possiamo comportarci quando noi genitori stessi non riusciamo a mantenere una linea comune? Vorremmo aiutarla davvero, ma anche recuperare una maggiore serenità e libertà nella nostra famiglia, perché così abbiamo la sensazione che tutti camminino continuamente sulle uova. Vi ringrazio se potrete darci un consiglio. Nicoletta RISPONDE IL SACERDOTE Cara Nicoletta, dalla situazione che descrivi emerge anzitutto una famiglia che vuole bene a Giulia e che proprio per questo ha cercato tante volte di evitare lo scontro, di comprenderla e di ristabilire rapidamente la serenità. È un desiderio buono, ma può accadere che, nel tentativo di conservare la pace, si finisca senza accorgersene per alimentare un meccanismo che fa male sia alla figlia sia agli altri familiari. Vorrei sottolineare subito un punto: voler bene a una persona non significa darle sempre ciò che desidera, così come dire un no non significa volerle meno bene. Anche nell'educazione dei figli la carità deve sempre andare insieme alla verità e alla responsabilità. La vera pace familiare, del resto, non consiste nell'assenza di ogni tensione ottenuta a qualunque prezzo, ma in rapporti nei quali ciascuno possa amare ed essere amato senza essere costretto dalla paura delle reazioni dell'altro. Da quello che racconti, mi sembra quindi utile dare un nome al meccanismo che si è instaurato, senza per questo formulare diagnosi su Giulia, né attribuirle necessariamente intenzioni cattive. Si parla di ricatto emotivo quando una persona, per ottenere ciò che vuole, fa capire agli altri (esplicitamente o implicitamente) che, se non si adeguano, pagheranno un prezzo affettivo: rabbia, silenzio ostile, accuse, scenate, vittimismo, minacce di rottura, colpevolizzazione, ostilità prolungata, ecc. Alla fine gli altri cedono non perché siano convinti, ma per evitare le conseguenze psicologiche del suo disappunto. Nel vostro caso si è inoltre creato qualcosa di più ampio: un meccanismo familiare nel quale le reazioni di Giulia finiscono per condizionare sempre più le decisioni degli altri. Giulia ha imparato che, aumentando sufficientemente la tensione, prima o poi gli altri cedono. E contemporaneamente la famiglia ha imparato che il modo più rapido per ristabilire la pace è accontentarla. Si crea così un circolo vizioso: lei pretende → gli altri resistono → lei aumenta il conflitto → gli altri cedono → torna la pace → lei impara che il conflitto funziona. Si può quindi parlare di una dinamica familiare in qualche misura coercitiva, perché le reazioni di Giulia finiscono per condizionare stabilmente la libertà degli altri membri della famiglia. Se poi prevalgono frasi come «se mi volessi bene, faresti questo», «nessuno mi capisce», «allora non vi parlerò più», ecc., la definizione di ricatto affettivo è particolarmente appropriata. Si verifica inoltre un meccanismo simile a quello che in psicologia viene chiamato "accomodamento familiare" (family accommodation): gli altri familiari modificano progressivamente il proprio comportamento per prevenire o attenuare le crisi della persona. Apparentemente mantengono la pace, ma rischiano involontariamente di rafforzare proprio il comportamento che vorrebbero eliminare in Giulia, oltre a limitare ingiustamente la libertà propria. Non significa necessariamente che Giulia abbia un disturbo psicologico o che lo faccia sempre con piena consapevolezza. Una persona può aver imparato questa modalità relazionale nel corso degli anni semplicemente perché ha scoperto che funziona. Il punto decisivo, in questi casi, è che la soluzione normalmente non consiste nel cercare di evitare ogni sua reazione negativa: proprio questo mantiene il meccanismo. Bisogna invece imparare a tollerare la sua protesta senza cedere automaticamente, distinguendo il volerle bene dal fare ciò che pretende. Non vi sto dicendo di diventare duri con lei. Al contrario: continuate a volerle bene, ad ascoltarla, a riconoscere quello che di buono c'è in lei e ad aiutarla quando è giusto farlo. Ma dovete cercare di uscire dalla logica per cui la serenità di tutta la famiglia dipenda dal fatto che lei venga sempre accontentata. Se poi questa dinamica dura ormai da molto tempo o condiziona pesantemente tutta la vita familiare oppure dovesse arrivare a minacce gravi, aggressività, distruzione di cose o minacce di farsi del male, credo sarebbe opportuno farvi aiutare anche da uno psicologo o da un terapeuta familiare, indipendentemente dal fatto che lei inizialmente voglia partecipare oppure no. Perché il primo cambiamento può cominciare anche semplicemente dal modo diverso in cui voi imparate a reagire alle sue pressioni. La cosa fondamentale, secondo me, è questa: dovete farle sperimentare che il vostro affetto per lei non viene meno quando le dite di no, ma nello stesso tempo che rabbia, silenzi, accuse e sensi di colpa non sono strumenti con i quali può decidere per tutta la famiglia. Continuando a cedere per "mantenere la pace", rischiate in realtà di mantenere proprio il problema. La pace ottenuta accontentandola dopo una lunga pressione non è una vera pace, ma soltanto una tregua: lei impara che, se insiste abbastanza, se si arrabbia, se smette di parlare o fa sentire gli altri in colpa, prima o poi ottiene quello che vuole. Per questo la cosa più importante sarebbe che voi familiari cercaste, per quanto possibile, di avere una linea comune. Se uno mette un limite e poi un altro cede, il meccanismo inevitabilmente continua. Il messaggio dovrebbe essere semplice e stabile: «Ti vogliamo bene, siamo disponibili ad ascoltarti e a parlarne, ma non cambieremo una decisione soltanto perché ti arrabbi, non ci parli o ci fai sentire in colpa». Lo so è difficile, ma inizi